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Diretore: -       Coord.Editoriale: Micheli Ladu
CHISTIONES

13/08/2008 
Sa bandela comente sa limba: sìmbulos a duas caras costruidos pro impresonare sos sardos? 
[Intervista esclusiva de Diariulimba a Franciscu Sedda]

 

 Franciscu Sedda (1976) è ricercatore de la “La Sapienza” di Roma dove collabora con la cattedra di Semiotica. La sua tesi, "Tradurre la tradizione", ha ottenuto nel 2002 il “Premio Sandra Cavicchioli”, presieduto da Umberto Eco. Oltre a saggi dedicati alla semiotica della cultura pubblicati in libri e riviste è autore del libro Tradurre la tradizione. Sardegna: su ballu, i corpi, la cultura (Roma, Meltemi, 2003), e curatore del volume Glocal. Sul presente a venire (Roma, Sossella, 2004) che ospita saggi di autori di livello internazionale sulle dinamiche che spingono il mondo al di là della globalizzazione. Per Condaghes ha pubblicato “Tracce di memoria” e “La vera storia della bandiera dei sardi”, libro del quale qui si parla. Qual è la bandiera dei sardi? E soprattutto, “i sardi”, chi sono? Chi sono stati? Chi vogliono essere? Non si tratta di domande ovvie, non si tratta di risposte scontate. Questo libro cerca di fare chiarezza sulle vicende e le vicissitudini della bandiera dei sardi ma soprattutto offre una visione globale su mille anni di storia sarda e mediterranea.  Seguire questa narrazione, che è ricerca rigorosa e racconto denso di ritmo, significa lanciarsi in una galoppata intellettuale ed emotiva. Significa avventurarsi alla scoperta delle pieghe della coscienza collettiva dei sardi, scandagliarne lacerazioni e conflitti, contraddizioni e paradossi, ibridazioni e singolarità, potenzialità latenti e traduzioni possibili.

L’amus fatu cun Franciscu matessi chi istimamus, a tempus de oe, comente unu de sos intelletuales sardos prus de bundu.

 http://www.condaghes.com/scheda.asp?id=978-88-7356-115-6

Franciscu, cumentzamus, sena denghes, dae sa pregonta prus tosta e prus "banale". Nde balet sa pena a fàghere una batalla pro mudare sa bandera de sos sardos cando chi su tricolore est in totue in Sardigna e unu sinnu nessi minore de sardidade sunt sos Bator Moros?

  Caro Direttore, intanto un saluto alle lettrici e ai lettori di SotziuLimba e grazie per questa opportunità di dialogo con te e loro, e grazie al lavoro che SotziuLimba fa per la cultura e la lingua sarda.

  Credo che una parte importante dei motivi della mia risposta stia già nella tua domanda, che fotografa bene la situazione attuale. Ovvero, oggigiorno in Sardegna siamo abituati alla pacifica convivenza del Tricolore italiano come segno dell’appartenenza nazionale dei sardi e ai Quattro Mori come segno di sardità, di “generica” sardità sarebbe meglio dire. Credo che questo dato di fatto riveli molto di più di qualunque analisi, soprattutto perché ci dice che cosa “significano” oggi i simboli che ci portiamo appresso, e quali rapporti identitari, culturali e di potere abbiamo interiorizzato.

  Il problema è proprio qui dunque, in questa convivenza totalmente scontata e pacifica fra due simboli apparentemente distinti e distintivi. Se per la maggior parte dei sardi questa convivenza è, forse persino inconsciamente, normale, allora questa normalità va presa sul serio. Dobbiamo rispettare questa normalità perché questa normalità ci dice come veramente è, e non come ci piace pensare che sia, la coscienza dominante della società sarda.

E allora, con l’innocenza di un bambino che sperimenta la realtà per la prima volta, io direi che è tempo di mettere il dito nell’occhio e dire a voce alta ciò che pensiamo ma abbiamo vergogna a pronunciare: i Quattro mori e il Tricolore sono le due facce, inscindibili, della stessa moneta. Ancor meglio: i Quattro mori sono la faccia che nasconde e svela contemporaneamente l’altra faccia, quella su cui sta impresso il volto del sovrano, della sovranità esterna a cui, sebbene credendosi “speciali”, ci si vota ed immola di continuo. Orgoglio e integrazione: orgoglio regionale e integrazione nazionale, sono le due facce di questa medaglia.

  Ed è così da quando i Quattro Mori sono arrivati in Sardegna. È cambiato il sovrano sull’altra faccia ma immutata è la funzione che essi hanno incorporato e rivestito: quello di salvare l’apparenza, di darci un contentino di identità sentimentale mentre la nostra identificazione civica e politica andava ad una entità sovrana non sarda. I Quattro mori, da quando ci sono caduti addosso, servono per aiutarci ad immolarci per qualcun altro.

  C’è una moneta databile al 1620 circa, di cui parlo nel libro, che dimostra perfettamente questo meccanismo: il Regno di Sardegna da un lato, il sovrano spagnolo che l’ha emessa dall’altro.  Siamo sicuri dunque che questa storia da “orgogliosi e integrati”, da “resistenti ma sudditi”, sia la nostra vera e unica storia, la sola che possiamo raccontarci? Buttandola sui simboli, dobbiamo necessariamente farci un vanto del fatto che la bandiera dei Quattro Mori è sventolata da tutti, quando “tutti” significa che è sventolata contemporaneamente dai rappresentanti sardi del PD a al congresso fondativo del loro partito italiano a Roma, dalle lobby centriste quando cercano di far dimenticare il loro affarismo definendosi “nazionalitari“, dai manifestanti di estrema destra che assaltano Soru, da Soru orgoglioso presidente della Regione Autonoma, dalla sempre fedele Brigata Sassari, dagli autonomisti affetti dalla sindrome del “sacrificio in trincea” pronti ad assaltare il parlamento italiano per dimostrare di essere più italiani di tutti gli altri, dai bevitori di birra Ichnusa, dai rivoluzionari internazionalisti, dai turisti italiani in cerca di esotismo estivo, dai tifosi del Cagliari, per finire coi sedicenti indipendentisti a cui prende un colpo al cuore ogni volta che pensano che un domani la nazionale italiana di calcio non sarà più la loro nazionale? Questo guazzabuglio non è esattamente la morte di ogni significato politico dei Quattro Mori? Non è il segno che ci uniscono proprio perché ci tengono tutti disuniti, perché non indicano un passato di unità, una identificazione comune, una lotta da fare insieme per conquistare la stessa meta? Non è forse il segno che non incorporano il senso di nazione ma solo quello di una comunità lacerata che brancolando nel buio della sua smemoratezza non può affermare sovranità ma solo rivendicare assistenza? O ancor peggio governare se stessa per conto degli interessi di qualcun altro?

Noi non possiamo confondere il nostro affetto con ciò che è giusto. Caro Direttore, credi che io non fossi “affezionato” ai Quattro mori? Quando ero più giovane (più giovane di quanto non lo sia ora, ovviamente) ero come quegli indipendentisti sinceri che sventolano i Quattro mori per dire “indipendenza!” mentre il significato  sfugge loro di mano. Ho profondo rispetto per loro, perché anche io ci sono passato: con Frantziscu Sanna e Franciscu Pala, gli amici con cui abbiamo realizzato Su Cuncordu e poi ideato iRS, abbiamo impiastrato la piazza del Primo Maggio a Roma di bandiere dei Quattro mori. Ma la verità è che sapevamo troppo poco della nostra storia di nazione e ingenuamente credevamo di poter far dire a quel simbolo quello che quel simbolo non poteva dire, e infatti non diceva. Il punto dunque non è rinnegare il passato ma evolvere, guardando non al bene della tradizione o al proprio orgoglio individuale, ma al bene della Sardegna. Si tratta, se lo vogliamo, di indirizzare in modo diverso e migliore la nostra affettività e il nostro impegno. Dall’amore per la Sardegna (ormai sulla bocca di troppe persone “sospette“, se mi si passa la battuta) a quello per la nazione sarda, dalla difesa di questa autonomia anti-sarda all’affermazione dell’indipendenza, dai Quattro Mori all’Albero deradicato. Abbiamo bisogno di uscire dagli orgogli infantili per diventare maturi - come individui e come popolo - e capire che per non fare del nostro affetto un boomerang dobbiamo aiutarlo a evolversi e trasformarsi in una più piena e chiara coscienza indipendentista. Altrimenti resteremo affezionati a cose che a uno sguardo onesto e autocritico non hanno niente, se non l’abitudine e la rassegnazione, a tenerle in piedi.

Una volta che si acquisisce la nuova coscienza indipendentista, né triste né rabbiosa, ma positiva e propositiva, nutrita di intelligenza e nonviolenza, allora appare chiaro che quello fra i sardi e i Quattro mori è stato un matrimonio coatto, ed è diventato un matrimonio stanco: si può uscire più spesso a cena, fare più viaggi, drogare in ogni modo il sentimento, ma sono solo segni di una compensazione impossibile, perché fondata su un vuoto, fondata su una violenza originaria che per affermarsi ha avuto bisogno e continua ad aver bisogno di rimuovere e sacrificare la felicità che ci sarebbe potuta e ci potrebbe ancora essere. La verità è che è semplicemente finita. È ora di ricordarsi che ci si è sposati per forza e che delle camicie di forza prima o poi ci si deve liberare.

  Lo ripeto: a poco serve dire “ma ormai la gente è convinta che la bandiera sarda è questa, ormai la gente conosce questo”. Anzi, a metterla così la cosa si fa ancor più deprimente. Chi pronuncia queste frasi fa finta di non capire che il problema è la differenza fra una bandiera “sarda” e una bandiera della “nazione sarda”, che non è assolutamente la stessa cosa; ma soprattutto evoca un modo di ragionare fra i più pericolosi e dannosi che l’umanità abbia conosciuto. Per spiegarmi con un esempio celebre, quando Galileo Galilei iniziò a dire che era la terra che girava intorno al sole tutti erano convinti del contrario: dove saremmo oggi se valesse sempre la regola dell’“ormai siamo convinti così”, “ormai è così”? Non si è mai sentito un pensiero più degradante per la libertà, la dignità e l’intelligenza dell’uomo.

  Il punto è invece che una verità difficile e sostenuta in modo solitario è sempre meglio di un errore o di una menzogna condivisa. Quello che conta, piuttosto, è arrivare a proporre una nuova visione delle cose mettendosi alla prova della ricerca, del confronto, della verificabilità delle proprie tesi. Bisogna continuamente varcare la linea dell’ignoranza, del conservatorismo, della paura del cambiamento rivestito da elogio del buon senso. Ma per farlo seriamente si deve essere imbottiti, quanto più possibile, di umiltà, competenza, onestà. Ovviamente a nessuno è dato accedere alla perfezione morale o a un sapere definitivo, ma a qualcosa si deve pur tendere. Dal mio punto di vista, come intellettuale, provo a far mie costantemente le parole di Edward Said, il grande studioso palestinese: bisogna “dire la verità”, la verità che viene fuori dai propri studi, sempre mettendo chi legge in condizione di valutare criticamente e al meglio come ci si è arrivati. Dire la verità - quella che con le mie capacità posso arrivare a elaborare - sia che questa piaccia o non piaccia al potere, piaccia o non piaccia all’opinione della maggioranza, piaccia o non piaccia a me stesso, alle opinioni che io stesso coltivavo all’inizio del percorso, all’inizio della ricerca.

  Ovviamente davanti ad una certa verità intellettuale si impone di tirarne le conseguenze. Se vedo una persona razzista sull’autobus che offende una persona di colore, se mi rendo conto di quello che sta succedendo, non ho ancora fatto nulla: il punto è, resterò zitto e in imbarazzo? Volterò gli occhi e dirò “vabbé non è così grave”? tratterrò lo sdegno pensando che per il “quieto vivere” è meglio starsene zitti? Oppure finalmente deciderò di intervenire e prendere le difese del più debole, di chi in quel momento, in mezzo al silenzio di tutti - la famosa “maggioranza silenziosa” - viene vessato dalla stupidità di qualcuno che crede di sapere come le cose stanno e devono restare per sempre?

  Il problema credo sia tirare le conseguenze del proprio sapere, magari per scoprire che dopo un primo momento di sbandamento la maggior parte delle persone in silenzio non aspettava altro: non aspettava altro che zittire e isolare il razzista, non aspettava altro che avere una bandiera che dicesse chiaramente “noi siamo la nazione sarda, e vogliamo vivere liberi e in pace nel mondo”…fare la cosa giusta, anche quando è apparentemente rischiosa, è un grande sollievo, fa stare bene…come nazione abbiamo bisogno di fare cose giuste, abbiamo bisogno di una grande catarsi, di una specie di terapia collettiva, che ci riconcili con la nostra storia e con noi stessi.

Comente naschet sa bandera de sos Bator Moros?

  Come per tutte le bandiere nate nel medioevo le leggende si sprecano. E così pure si sprecano le ricostruzioni fantasiose, prive di fonti, o costruite sopra fonti precarie e non correlate. Nel passato si può trovare ogni cosa e tutto può essere messo in relazione con tutto generando quella “deriva interpretativa”, per dirla con Umberto Eco, per cui saltando di palo in frasca si arriva dai Quattro mori alla madonna, agli ufo, alle lampadine e, ovviamente, anche alla Regione Autonoma della Sardegna, che avendo come sua bandiera i Quattro mori, essendo venerata come la madonna, meno utile delle lampadine e più aliena alla cultura e agli interessi della nazione sarda di qualunque visitatore extraterrestre dimostra quanto sia forte e sensata la relazione fra gli elementi della catena citata.

  Se dobbiamo parlare sulla base dei dati che abbiamo e su ipotesi che possono essere ragionevolmente dimostrate allora al momento non ci resta che dire che i Quattro mori emergono – dico “emergono” perché non significa che non esistessero già prima -, dicevo, emergono a livello pubblico come simbolo della Corona d’Aragona sul finire del 1200. Probabilmente significano, in quel momento, la riunificazione di quattro regni (Catalogna, Aragona, Valenza e Maiorca), un tempo sotto i “mori”, i mussulmani, da parte di un re cristiano.

  Diciamolo subito. L’ipotesi dell’autoctonia sarda, che ogni tanto ritorna in auge, è attualmente totalmente contro-evidente, per non dire insensata. In primo luogo non ci sono prove materiali che in giudici sardi abbiano usato i Quattro mori agli inizi del mille, anzi, abbiamo dei sigilli, ad esempio quello del giudice Zerchis, in cui i giudici usano ancora la simbologia bizantina con le scritte in greco. In secondo luogo quando i Quattro mori arrivano con le navi, gli eserciti e le carte bollate aragonesi nessuno se ne stupisce, e non a caso per centinaia di anni ancora quel simbolo a livello pubblico rimane a tutti gli effetti straniero. In terzo luogo, e questa mi sembra la cartina di tornasole, la storia dei Quattro mori che rappresentano i quattro giudicati e una vittoria sarda sul saraceno Museto emerge guarda caso nel 1600 dopo che in Aragona si sono inventati la storia della battaglia di Alcoraz del 1096 in cui San Giorgio ha lasciato sul terreno quattro teste more mozzate. Gli intellettuali sardi copiano spudoratamente quella storiella e la adattano alla Sardegna nel tentativo di trovare o creare un pedigree “sardo” a una bandiera che non l’aveva.

  Per contro a tutto ciò i Quattro mori, dalla fine del 1200 e fin dopo la conquista della Sardegna, sono e restano il simbolo ufficiale della Corona d’Aragona riportato su tutti i sigilli di corte. Tanto che a Cagliari si conservano esemplari appesi alle pergamene dei catalani appena sbarcati alla conquista della nostra terra. Quello che succede è che quel simbolo, per motivi complicati che cerco di indagare nel libro, non diventa bandiera nazionale sostituito invece dai Pali catalani a strisce gialle e rosse. Ciò però non gli ha impedito, con tutta probabilità, di arrivare e sventolare in Sardegna come simbolo di guerra e di venire associato, per una sorta di “slittamento”, proprio durante la lotta contro Mariano, Ugone ed Eleonora al nascituro “Regno di Sardegna”. Attenzione, non facciamoci (come spesso ci capita) confondere e intenerire dai nomi: il “Regno di Sardegna”  è sardo solo nel nome, di fatto è l’istituzione rappresentativa dei feudatari catalano-aragonesi in Sardegna.

  C’è un importante stemmario, datato alle seconda metà del 1300, in cui compaiono per la prima volta i Quattro mori: sono nella pagina della Corona d’Aragona e rappresentano il “Regno di Sardegna”, uno dei regni che gli aragonesi ritenevano loro per infeudazione papale. Peccato che in quel momento i catalano-aragonesi fossero rinchiusi dentro il castello di Cagliari e ad Alghero, circondati dalle truppe di Mariano IV che avevano liberato tutta la Sardegna. E che avevano, evidentemente, un’altra bandiera, e ben poca simpatia per le bandiere degli invasori. 

Ma tando sos Bator Moros sunt una bandera istràngia sìmbulu de sa pèrdida de libertade de sos sardos?

  Per quello che ne sappiamo, e che ne possiamo dedurre, sì. Anche se probabilmente la bandiera più vista e più identificativa dell’invasore fossero i Pali gialli e rossi. Tuttavia non è improbabile ad esempio che i Quattro mori abbiano sventolato sui campi di battaglia della Sardegna fra il 1300 e ilo 1400 in mezzo alle truppe catalano-aragonesi. Del resto in guerra si esponevano più bandiere e le fonti dell’epoca ci confermano che oltre al vessillo della “nazione sarda” sventolavano molti altri vessilli di “nazioni straniere”. Da quella statale, per così dire, a quella dei vari signori e delle varie casate. Il punto che a posteriori mi sembra più interessante sottolineare è che quando nel 1388 si firma la pace i contraenti sono gli Arborea in rappresentanza della nazione sarda, come dirà Brancaleone marito di Eleonora, e dall’altro non la nazione catalana, ma il Regno di Sardegna. È come se ci immaginassimo uno di quei tavoli dove i capi di Stato firmano i trattati: alle loro spalle stanno in bella evidenza le bandiere, e del resto uno Stato che firma una pace difficilmente può evitare di averne una. Ora, in quel momento, alle spalle dei rappresentanti della nazione sarda c’è di sicuro l’Albero verde in campo bianco, ma quale bandiera sta alle spalle dei rappresentanti del Regno di Sardegna, ovvero i feudatari catalani, aragonesi, valenzani e quei (pochi) sardi che preferirono allearsi con gli invasori? Lo stemmario di Gelre, che è databile proprio a quegli anni una risposta chiara ce la dà: i Quattro mori. E le coincidenze “documentali” di questo tipo sono da prendere in grande considerazione.

  Questa ipotesi verosimile, operata ricordiamolo sulla base dell’incrocio dei dati a disposizione, ci aiuterebbe anche a capire perché i Quattro mori continuino a essere usati per rappresentare il Regno di Sardegna ma ci mettano quasi due secoli per essere fatti propri da dei “sardi”. Perché erano chiaramente percepiti come un simbolo straniero. Del resto c’è un particolare non piccolo da sottolineare: questi sardi che faranno propria la bandiera dei Quattro mori nel 1590 sono i figli dei feudatari catalano-aragonesi, divenuti l’elite politico-militare della Sardegna, che governano sempre in nome della sovranità esterna. E questo è il punto interessante, perché dal momento in cui vengono ritirati fuori sul finire del 1500 fino a oggi, passando per i Savoia e il sardismo, i Quattro mori hanno sempre rappresentato qualcuno che comandava in Sardegna in nome e per conto di una sovranità superiore e esteriore. Hanno rappresentato i sardi che in quanto “speciali” si sacrificano di più e meglio per il Re o la nazione lontana. L’Autonomia, nata dall’idea del “sangue versato in guerra per l’Italia” e del necessario fallimento della Sardegna in quanto nazione indipendente, è l’ultimo esito, l’ultimo aggiornamento, di questa dinamica.  

  Questa è la costante dei Quattro mori, è la memoria di cui il simbolo è saturo, la relazione di sudditanza che esso incorpora e costantemente riproduce. Perché i simboli collettivi, come la lingua, hanno una loro memoria e finiscono per prendersi gioco di noi mentre noi crediamo di manipolarli. Io posso anche dire “gatto” intendendo “leone” per tutta la vita. Ma per la gente “gatto” continuerà a voler dire “gatto” e non “leone”. E quando dirò che “sono forte come un gatto, e come un gatto sono il Re della foresta” la gente o si metterà a ridere o penserà che probabilmente non sono né forte né Re della foresta. Si potrebbe dire lo stesso coi simboli. Per questo si illude chi pensa che i propri desideri individuali possano far dire a simboli che in una certa cultura hanno pubblicamente un determinato significato da centinaia di anni quello che quella persona, nella sua testa, pensa. Se si vogliono dire cose nuove è meglio inventarsi simboli nuovi, oppure riprendere e tradurre simboli vecchi che nella loro esistenza passata hanno detto quello che oggi si ha in testa. O qualcosa di molto simile.

  E s'arbore irraighinadu ite rapresentaiat?

  L’Albero deradicato innanzitutto rappresenta un processo durato diversi secoli, un processo di presa di coscienza nazionale e sociale destinato a cambiare irreversibilmente la Sardegna e i sardi.

“Noi vi libereremo dall’asservimento ai catalani”, così tuonava Mariano IV, aggiornando lo spirito di alcuni dei suoi predecessori alla guida del giudicato, come Barisone, che proclamava già nel 1164, “La forza dei sardi è nella sovranità del popolo”. Seguire le sorti dell’Albero deradicato significa vederlo emergere dalle brume della storia fino a farsi simbolo di sovranità e di difesa di un modello di società certamente non perfetto ma comunque infinitamente più nostro e più giusto del feudalesimo che arrivava con le navi e con l’esercito catalano-aragonese.

  La cosa importante è che questa consapevolezza, questa incorporazione di significati, si crea negli eventi, nella lotta. Avviene un doppio processo. La classe dirigente, gli Arborea, con il susseguirsi degli eventi si identifica totalmente con lo Stato. Lo testimonia la rimozione dei Pali catalani da ogni simbolo della casata dei Bas-Serra, o come viene esaltata la figura dell’albero nel bellissimo “pantheon” della nazione sarda contenuto nella chiesa di San Gavino Monreale. Al contempo lo Stato cambia pelle: dall’Arborea diviene la Sardegna intera. La Carta de Logu, ci dice il sottotitolo, è il libro delle leggi e delle costituzioni “sarde” e non “arborensi” e viene promulgata, ci dice il proemio, “assu beni de sa repubrica sardisca”. Ovvero per il bene di quella “naciò sardesca” che troviamo continuamente nominata nei testi in catalano e di cui - questa è una delle ipotesi “forti” che avanzo nel libro - il termine “republica sardisca” non può non essere altro che la splendida traduzione in sardo.

  Per capire il processo che quel simbolo rappresenta e gli esiti a cui arriva si può provare a pensare a “sa Batalla” di Sanluri. Nel 1409 i catalano-aragonesi si trovano davanti ventimila sardi. Il che significa, in una Sardegna stremata dalla guerra e dalla peste, praticamente la totalità dei maschi sardi. Ventimila sardi che non sono soldati di professione, ma sono pastori e contadini, andati volontariamente a difendere la Sardegna, consci di dover difendere la loro libertà.

  Quando si leggono le lettere del re aragonese Martino “il Vecchio” dopo la vittoria, quando lo si legge felice, parole sue, “per lo sterminio e l’esecuzione della nazione sarda” la prima reazione è un impeto di rabbia per quel sacrificio, per tutte quelle vite brutalmente spezzate, per l’ennesimo popolo del pianeta che ingiustamente perde la sua libertà a causa della prepotenza e dell’avidità di un altro popolo. Poi però si pensa a cosa significhi in positivo questo evento, a quale testimonianza di unità, di consapevolezza, di coraggio, di sacrificio quell’evento ci rimanda. Quel testo, se lo sappiamo e vogliamo leggere, ci ricorda che dietro a quella sconfitta ci sono state vittorie esaltanti, c’è stata la forza di arrivare a liberare quasi tutta la Sardegna, c’è stata l’abilità di esprimere leggi scritte proprie, c’è stato il sentimento di riconoscersi come nazione. C’è stata la volontà di dare volto e corpo a sa Repubrica sardisca.

Dopo di ciò, non ancora soddisfatti, si apre la lettera successiva di Martino “il Vecchio”, quella scritta qualche giorno dopo, e vi si legge che egli si compiace che i suoi uomini nella battaglia siano riusciti a impossessarsi della “bandera dels sards”, della bandiera dei sardi. A quel punto quell’Albero verde in campo bianco riprende a sventolare vigoroso, sotto i colpi del maestrale: è chiaro, non è più l’Albero “degli Arborea”, come ci siamo abituati a dire, è l’Albero dei sardi – come ha scritto giustamente Micheli Ludu nel suo romanzo - la sintesi visiva di quel popolo, del suo coraggio, della sua sete di libertà. Provo a mettermi al posto dei sardi accorsi a Sanluri per sa Batalla e guardare quella bandiera coi loro occhi: la vedono sventolare, è sa Repubrica sardisca, sono loro stessi.

E oe in die ite diat pòdere rapresentare?  

  Intanto un modo per prendere coscienza della nostra storia in generale e della nostra storia di nazione in particolare.

  In secondo luogo una maniera per suturare una ferita ancora aperta e che ancora ci fa male, quella della perdita violenta della libertà della nostra terra e sulla nostra terra, come dice Atzeni alla fine di Passavamo sulla terra leggeri. Ancora oggi subiamo quel trauma, lo viviamo come una assurda insensatezza. Abbiamo il sentore e ci rendiamo conto che c’è stato qualcosa di politicamente importante fatto dal popolo sardo in passato ma ogni volta - ed è lo stesso per il periodo nuragico - sembra che questo ci sfugga, che qualcosa o qualcuno ci abbia espropriato della possibilità di ricordarlo. E ci rendiamo conto che questa impossibilità di ricordare chiaramente ci ostacola doppiamente: in primo luogo perché non possiamo farci forti di quel ricordo, della sua condivisione e della sua esemplarità, in secondo luogo perché l’impossibilità di ricordare, di suturare la ferita, ci costringe a restare girati verso il passato, rimuginarlo continuamente, ossessivamente, in modo frustrante e deprimente proprio perché senza un risultato coerente e positivo. Suturare le ferite significa liberarsi dal dolore trattenendone la traccia, andare avanti sapendo di portare con sé quella esperienza. Una cicatrice segna la nostra pelle, facciamo tesoro del trauma, a volte uno specchio o qualcuno che ci guarda ci chiede di ricordare, ma intanto noi andiamo avanti, possiamo andare avanti sereni.

In terzo luogo può essere un segno per liberarci dall’idea di “essere sempre stati dominati”, un segno che ci chiede di mettere fine al vittimismo e al pessimismo, di smetterla con la ripetizione costante e ormai nauseante del “pocos, locos e male unidos”.

Infine potrebbe essere un segno di unità nazionale, un segno dei sardi che vogliono affermare la loro volontà di esistere come nazione indipendente, il segno di una Sardegna che ha il coraggio di fare i conti con il proprio passato e tradurlo creativamente al futuro. Potrebbe essere il segno che ogni giorno ci sfida a reinventarci senza dimenticare la nostra storia, il segno che ci costringe dolcemente ad essere all’altezza del mondo, a elaborare una forma di indipendenza nonviolenta e non-nazionalista che non sia solo dei sardi ma che esprima qualcosa di universale, di profondamente umano.

  E qui come si intuisce già si entra nel lavoro collettivo e imprevedibile della narrazione politica, popolare, artistica, che lasciandosi ispirare dal nostro simbolo lo tradurrà in infiniti modi.

Non so quante ne diremo ma so che mi piace giocare e lasciarmi giocare…

Le nostre radici future poggiano sulla terra ma si nutrono dell’aria. L’umiltà e la creatività dei sardi di domani: i piedi poggiati per terra, e la testa protesa in ogni dove. Non ci scordiamo che i nostri corpi sono sempre da qualche parte ma non mettiamo confini alla nostra immaginazione. Questo potrebbe dire la bandiera della nazione sarda.

Ma potrebbe dire anche altro. Ad esempio che le nostre radici future si nutrono del sapere che la nostra terra, i nostri padri e le nostre madri, hanno accumulato e contemporaneamente dell’intelligenza che il mondo e gli uomini in ogni angolo della terra ogni giorno producono. Poggiamo sul nostro passato, ma ci protendiamo verso il futuro.

La nostra bandiera futura potrebbe voler dire che noi sardi di domani saremo mobili come le nostre radici deradicate, come Eleonora, che scriveva nel 1392 che bisognava aggiornare la Carta de Logu perché troppo erano cambiati i tempi e le persone da quando suo padre l’aveva promulgata. Erano passati solo sedici anni.

La nostra bandiera futura potrebbe voler dire che all’ombra delle nostre foglie ogni essere umano può trovare ristoro e ospitalità.

La nostra bandiera può dire tante cose. È un distillato di filosofia e di sensibilità.

Su libru tuo est, forsis cherrende e forsis no, unu libru subra sas elites de poderiu sardas e s'istòria issoro. Comente nde essint?

Come tutte le classi dirigenti, con momenti alti e momenti bassissimi. Potremmo dire scherzosamente che le nostre classi sono sempre state “dirigenti” ma che ci hanno diretto in direzioni opposte, o contrastanti: alcune ci dirigevano verso il mondo passando per la Sardegna, altre ci dirigevano dappertutto (generalmente verso il dominatore di turno) purché fosse lontano dalla Sardegna, altre non ci dirigevano da nessuna parte e pensavano solo ai loro interessi. Per esemplificare la seconda opzione potremmo usare questa frase di Bellieni, teorico del sardismo, che a fascismo ormai galoppante dichiarò: “Quando si potrà fare con maggiore serenità la storia politica di questi anni si vedrà che il movimento autonomista e liberista sardo, che fu accusato di separatismo, d’antitalianità ecc. fu tutto pervaso dal bisogno di confondersi con correnti politiche affini del continente, di uscire dalla prigione dell’isola, di negare il suo carattere locale. Volle, appassionatamente, attraverso la regione, attingere l’Italia” (Bellieni, 25 luglio 1924, i corsivi sono i miei).

Detto questo, vale la pena ribadire che dal mio punto di vista, non è esistita e probabilmente non esisterà mai una classe dirigente perfetta. Credo tuttavia che per avere una classe dirigente dignitosa bisogna coltivare un buon popolo. Una buona classe dirigente nasce da un popolo consapevole, maturo, che vuole sapere sempre di più e non ha paura a fare il giusto. “No timo ca so morinde, timo ca no so ischida”, pare abbia detto splendidamente una anonima donna sarda. C’è bisogno di un popolo che sappia continuamente mettersi in discussione e migliorarsi, anche grazie agli altri.

Magari un giorno, almeno per qualche anno, ci sarà da qualche parte al mondo un popolo così, un popolo che produrrà una società in cui non ci sarà bisogno delle classi dirigenti come oggi le pensiamo. Chissà, forse un giorno qualcuno riuscirà a distribuire il potere nelle maglie della società, e darà l’esempio di una comunità in cui ciascuno sa essere responsabile di se stesso e di tutti.

Intanto mi accontenterei di un popolo discretamente cosciente, un popolo che davanti a chi di volta in volta detiene il potere sappia far valere i suo diritti, che ricordi a chi si trova in questa posizione di dirigenza e rappresentanza che è lì per fare il bene collettivo, per comporre al meglio i differenti interessi, per dare uguali opportunità di crescita a tutti, per ottenere giustizia per gli svantaggiati, i più deboli, i poveri, coloro che a causa del caso o delle storture della società si trovano in posizione di subalternità.

In realtà, ci tengo a dirlo, se nel libro sembra che parlo  delle classi dirigenti è perché di quelle ci rimangono più tracce facilmente accessibili. In realtà parlando di loro sto sempre sondando il modo in cui la collettività, attraverso loro, si costituisce e si autorappresenta; sto sempre parlando del popolo che in esse in qualche modo si riflette per esistere. È di quel popolo che mi interessa, quel popolo che le legittima, le sopporta, le mitizza, ne viene tradito, a volte, purtroppo poco spesso, trova in esse i suoi rappresentanti migliori.

  E oe sa classe dirigente sarda est lìbera o nono?

  Per quanto il concetto di libertà sia malleabile credo che l’attuale classe dirigente sarda difficilmente si possa definire “libera”. Per non essere cattivi si potrebbe dire che sceglie liberamente a quale progetto di società e redenzione dell’Italia aderire fra quelli proposti dai vari partiti italiani. E se in questi piani la Sardegna non rientra, o addirittura viene sacrificata, la classe dirigente sarda liberamente si adegua, magari mugugnando un po’, magari tirando fuori il petto orgoglioso per un giorno, magari rivendicando qualcosa in cambio. Ma questo discorso potrebbe sembrare troppo “politico”.

  Forse l’esempio migliore, più chiaro e neutrale, è stata la risposta della classe dirigente sarda davanti alla bocciatura della Consulta per la riscrittura dello Statuto da parte della Corte costituzionale italiana. La Corte costituzionale ha detto che non è ammissibile parlare di “sovranità del popolo sardo”. La classe dirigente sarda è rimasta zitta ed è andata avanti.

  Ho l’impressione che la “sovranità” sia un pour parler e che farsene carico davvero faccia paura a tutti. Non a caso, a turno, c’è sempre qualcuno che blocca l’apertura di una fase costituente. Come a dire, si può lanciare l’idea, intanto si sta sicuri che l’unità per passare all’azione non si trova mai. E la cosa è ben comprensibile: di una fase costituente, anche se blandamente costituente, si sa da dove comincia e non si sa dove (e come) va a finire. E questo agli autonomisti sardi suscita un sano, vigoroso, giustificato terrore.

  Integratzione e soberania podent andare a sa braztete o sunt duos tèrmines chi si nche bogant s'unu cun s'àteru?

  Si può trovare giustificazione a tutto, anzi, direi che il “giustificazionismo estremo”, l’arrampicata libera sugli specchi, è uno degli sport nazionali preferiti dai sardi. Forse sarebbe meglio dire che è uno degli sport nazional-fallimentari preferiti dei sardi, visto che buona parte delle nostre energie intellettuali e morali sono costantemente utilizzate per ricordarci che siamo “falliti”, che non siamo mai stati liberi, che non abbiamo mai prodotto nulla di culturalmente elevato, che da soli non ce la possiamo fare e così via.

  Siamo pieni di tentativi di conciliare l’inconciliabile, come l’idea che a parlare il sardo si tolga qualcosa a se stessi: da che mondo è mondo sapere due lingue è meglio che una, invece in Sardegna ci siamo inventati che due fa meno di uno! Qualcun altro si è inventato la storia che col “Regno di Sardegna”, di cui parlavamo prima, abbiamo fondato l’Italia anche se dire una cosa del genere significa affermare che allora l’Italia l’hanno fondata i catalano-aragonesi massacrando migliaia di sardi che lottavano per la libertà della Sardegna. E dovremmo dirlo essendone felici! Oppure c’è la storiella dei Giganti di Monti Prama che più o meno, vista nella sua evoluzione storica, fa così: “Ma figurati: non li hanno fatti i sardi!”, “Sì sono di epoca nuragica ma li ha fatti qualcuno venuto da fuori”, “Sì, è vero, li abbiamo fatti noi ma non sono granché”, “Vabbé, è vero, non sono male, ma all’epoca in giro per il mondo si faceva di meglio”, “Va bene, forse erano il meglio dell’epoca, ma vuoi mettere con quello che si è fatto dopo, le statue greche, la Divina commedia, Picasso, i Beatles…”, “Oh, forse hanno valore universale, ma guarda caso è stato proprio lì che la civiltà nuragica è crollata: non siamo fatti per fare cose importanti”, “E vabbé, comunque sia, guai a voi se vi esaltate!”.

  Al di là della verità storica di ciò di cui quotidianamente dibattiamo rimane la verità sociale, ovvero il fatto che siamo stupefacenti nell’auto-castrarci e nell’aggiornare continuamente le auto-castrazioni. Parlando con i sardi, e leggendo libri, se ne sentono continuamente di nuove. Generalmente io rido e piango al contempo.

  Figuriamoci dunque se integrazione e sovranità non possono andare a braccetto. Sono anni che lo si teorizza. Come Mario Melis che diceva che dovevamo essere indipendenti per federarci da pari con l’Italia o come quelli che dicono che ci vuole l’autodeterminazione ma che oggigiorno autodeterminazione non significa indipendenza ma partecipare più profondamente allo Stato italiano.

  Insomma, se non specifichiamo “quale sovranità” e “integrazione in che cosa” possiamo continuare il gioco all’infinito. Dal mio punto di vista, sovranità come indipendenza nazionale e integrazione dentro lo spazio politico mediterraneo, europeo e mondiale vanno di pari passo. Sovranità come indipendenza, e dunque capacità di proporre la propria creatività, le proprie soluzioni ai problemi, e integrazione nei flussi economici, culturali e comunicativi della globalità vanno anch’esse di pari passo. Anzi si richiedono e rafforzano reciprocamente. Questi sono i modi in cui, per me, integrazione e sovranità possono andare a braccetto.

  A parre tuo, si podet galu faeddare in Itàlia e in Sardigna de federalismu?

  Credo che parlando della Sardegna futura, della Repubblica sarda indipendente, la questione del federalismo si ponga nei termini del modello costituzionale interno che vorremo scegliere per il nostro Stato e, per un altro verso, nei termini della partecipazione a comunità sovranazionali, come ad esempio l’Europa. E ciò peraltro sarebbe solo un pezzo di un ragionamento ben più ampio che riguarderà quella gestione dell’interdipendenza a cui si accede una volta che si diviene indipendenti. Decidere quali interdipendenze stabilire una volta che si è indipendenti va ben oltre infatti il problema di federarsi con qualcuno, perché in un mondo glocale come il nostro le interdipendenze sono di tanti tipi e di tanti livelli. Al di là delle facili utopie la verità è che in una rete i nodi non sono tutti uguali, non hanno tutti la stessa forma e lo stesso valore.

  Ciò che invece è inconsistente e brutalmente utopico quando si parla di Sardegna e federalismo è perdere tempo a parlarne nei termini di “federalismo italiano”. Si può anche augurare o non augurare all’Italia di divenire uno Stato federale ma se si ragiona nei termini di emersione e realizzazione di una nazione sarda pienamente compiuta il federalismo italiano non sposta la questione di una virgola, anzi, rischia solo di continuare a gettare fumo negli occhi dei sardi.

  Federalismo italiano e esistenza della nazione sarda cozzano infatti uno contro l’altro, si mettono di traverso e si escludono vicendevolmente. E questo, principalmente, per due ordini di motivi: uno che definirei di tipo “costituzionale” e un altro di tipo “costitutivo”.

  Quello costitutivo era già noto al sardo Federico Fenu quando vedeva davanti a sé profilarsi la “perfetta fusione”. Il povero Fenu scriveva in tempi difficili. Pensando alla Sardegna del 1848 si potrebbe dire che i suoi piedi poggiavano sul sangue e sulle macerie della Rivoluzione sarda di fine Settecento, della sua repressione prima e del suo oblio dopo. E nonostante ciò le sue parole erano lucide: «Il popolo sardo ha costumi, indole, lingua, storia, posizione geografica, tutte proprie, tutte d’un popolo in disparte. Perché si pretende così giustamente che l’Italia formi una nazione separata e distintissima dalla Francia, dall’Austria, ecc.? Perché ha costumi, genio, idioma, storia e terreni propri, i quattro primi bastantemente distinti da quelli degli altri popoli. Ebbene in piccolo, quasi in miniatura la Sardegna ha tutti questi distintivi, anzi la sua naturale separazione e quasi direi la sua personalità è più risentita (…). Così quando si è voluto incorporare l’Irlanda all’Inghilterra si è fatto un pasticcio, il quale ha prodotto, e produrrà se non si rimedia, immensi danni. Occorrono tra i popoli tali differenze di stirpe, di costumi, di genio, d’indole, che volerli fondere è il medesimo che distruggerli ambedue se uguali, opprimere la parte più debole se disuguali».

  In parole sue Fenu ha anticipato quanto alcuni dei maggiori studiosi delle relazioni politiche ribadiscono oggigiorno. Vale a dire che il confederalismo fra nazioni è possibile solo quando c’è un rapporto di forze paritario: altrimenti la nazione più grande schiaccia e si mangia la più piccola. O ancora che la maggioranza, la nazione maggioritaria, davanti alla possibilità di far coincidere il corpo dello Stato con il corpo della Nazione sempre coltiverà (con mezzi più o meno violenti o suadenti) il progetto di regionalizzare, ovvero “denazionalizzare”, le nazioni più piccole che covano al suo interno. E questa è la condizione in cui ci troviamo oggi anche grazie al portentoso strumento dell’Autonomia: lo Stato italiano è “una nazione” e i sardi sono una regione d’Italia.

  Questa impossibilità “costitutiva” – numericamente costitutiva - diviene di conseguenza impossibilità “costituzionale”. C’è veramente qualcuno disposto a credere, a lume di buon senso, che l’Italia in quanto nazione e lo Stato italiano in quanto istituzione, siano pronti a negare le loro stesse fondamenta per far spazio, al loro interno, all’esistenza della nazione sarda? La verità è che il federalismo sardo-italiano è una utopia: una utopia infantile se proposta in buona fede, una utopia degenerata e pericolosa se proposta scientemente. La verità infatti è che la nazione italiana esiste e continuerà a mangiarsi la nazione sarda se questa non deciderà a sua volta di esistere. Il punto per i sardi dunque non è cambiare, o “distruggere” come qualcuno assurdamente dice, lo Stato italiano ma riconoscere che la nazione italiana ha la sua storia e la sua legittimità, solo che la nazione sarda ha altrettanta legittimità – e ancor di più ha la necessità – a non farne parte. Noi dobbiamo essere indipendenti per poter esistere come nazione. La maggioranza mangerà la nostra diversità finché glielo lasceremo fare, finché ci converrà giocare il ruolo della minoranza, o addirittura dei “minorati”, del piccolo popolo che piagnucola che qualcuno lo aiuti e salvi, del piccolo popolo in cui la gente preferisce essere comodamente suddita piuttosto che correre il rischio della libertà. La verità, la realistica verità, è dunque un’altra: se noi lo vogliamo noi siamo già maggioranza a casa nostra.

  Qui l’indipendentismo moderno può mostrare il suo realismo, umile ma deciso e decisivo, mettendo a nudo l’utopia costituzionale del pensiero federalista. Bisogna dirlo e ribadirlo: è più facile che un milione e mezzo di persone si autoconvincano a essere indipendenti - e alla fine, lavorando duramente e ottenendo il consenso della comunità internazionale, realizzino la loro volontà - piuttosto che avvenga che lo stesso milione e mezzo di persone convincano sessanta milioni di italiani a cambiare la loro costituzione e a trasformare il primo articolo in qualcosa del tipo: “La Repubblica italiana è uno stato bi-nazionale formato dalla nazione italiana e dalla nazione sarda” che è una patetica illusione e fa venir da ridere solo a pensarci.

Ricordiamocelo dunque, quando si parla di federalismo in Sardegna si sta implicitamente parlando di un assetto costituzionale che non riconoscerà mai davvero e fino in fondo la nazione sarda e la sovranità dei sardi. E questo per un rapporto disparitario e disuguale costitutivo, di fondo, di cui c’è ben poco da dar la colpa agli italiani. Il problema è solo nostro, della nostra volontà, della nostra scelta di identificazione.

  Del resto è la stessa dinamica storica a dimostrare che o si rompe questo utopismo degenerato o ci si affoga dentro. Le nazioni che in alcuni momenti decisivi non sono riuscite a divenire indipendenti e si sono lasciate integrare finiscono infatti per entrare in un circolo vizioso, quello per cui alla richiesta di autogoverno allo Stato fanno corrispondere un aumento di fedeltà e lealtà alla Nazione. Noi sardi lo sappiamo molto bene: non abbiamo fondato l’Autonomia dallo Stato su un preventivo sacrificio collettivo per l’Italia? E non continuiamo costantemente a riprodurre questa mortificazione della nostra diversità per dimostrarci leali, fedeli, e dunque meritevoli di gestirci da soli? Meritevoli di vedere la nostra catena – come direbbe Gavino Sale – leggermente allungata o placata in oro?

  La delegittimazione operata per anni dai leader politici sardi dell’idea di nazione sarda ha rinforzato questo assunto storico e fa sì che il federalismo, comunque venga spacciato, sia sempre legato a un rilancio della fedeltà alla nazione italiana. Come a dire che ci si vuole autogovernare per meglio fare gli “interessi nazionali” (italiani, ovviamente): vogliamo essere un piccolo Stato sardo che governa in nome della comune e grande nazione Italia. E non è un modello così sconosciuto o esotico: sarebbe un po’ come succede negli Stati Uniti d’America, in cui le differenze anche profonde fra i modi di governo dei diversi Stati (si pensi alla diversa applicazione della pena di morte, dell’aborto, dei matrimoni omosessuali, per fare solo pochi esempi in materia etica) non contraddice il comune e profondo patriottismo Statunitense, la comune volontà di sacrificarsi e andare a morire per la Nazione.

  Questa dinamica è attiva anche nel nostro presente, anche laddove sembrano esserci segnali diversi, e ciò proprio perché non è questione di volontà individuale ma il frutto di quegli aspetti costitutivi e costituzionali che non si possono modificare ma solo abbandonare. Si prendano come unico esempio le ripetute parole (e azioni) di Renato Soru, che non manca mai di rimarcare che “la Regione è lo Stato in Sardegna” il che purtroppo appare più come l’affermazione di un prefetto italiano che non di un leader sardo. Io sono uno di coloro che pensa che si debba ammettere che Soru è la punta più avanzata, e forse anche più sincera, di un nuovo periodo di sovranità federalista; ma tuttavia si deve anche ammettere che questo nel suo fare politica si completa con grande naturalezza con la sua volontà di partecipare alla trasformazione del “Paese”, ovvero l’Italia. Dalla creazione di “Progetto Sardegna” a fondatore del “Partito Democratico Italiano”, potrebbe essere questa la parabola sintetica per spiegare le contraddizioni del federalismo sardo, anche nei suoi esponenti migliori, dal punto di vista di un indipendentista. Soru, in altri termini, rischia concretamente di essere un nuovo Lussu, uno che traghetta le attese di liberazione - o semplicemente le ansie identitarie - di molti sardi dentro i giochi politici della democrazia italiana. A me piacerebbe che Soru, come tanti altri sardi, facesse passi chiari e decisi: che non usasse il richiamo alla sovranità semplicemente come lo sfogo di chi è arrabbiato per il trattamento dello Stato o l’idea di nazione sarda come un richiamo sentimentale e nostalgico a una “patria minore” in qualche discorso in sardo.  In attesa che Soru e gli altri come lui si decidano a uscire dalle ambiguità e dalle paure che hanno bloccato la politica sarda per anni noi andiamo avanti, noi siamo tenuti ad andare avanti. Del resto non c’è nulla di meglio che dare l’esempio: bisogna aiutare gli incerti, i timorosi, gli sfiduciati costruendo un indipendentismo moderno e forte, capace di trascinare, coinvolgere e unire sempre più sardi. Magari alla fine, come mi è capitato di dirgli una volta, anche lui, anche Soru, entrerà in iRS.

  Tutto ciò non significa che un indipendentista non sia interessato a forzare gradualmente l’orizzonte, anzi: aiutare tutti a fare un passo in avanti, ad esempio provando ad affermare già oggi, già in questo contesto, lo “status di nazione” per la Sardegna è un buon modo per metterci alla prova come nazione e per mettere alla prova lo Stato italiano. Un modo per far esplodere le contraddizioni del presente e preparare il nostro ritorno al futuro. Ciò che deve essere chiaro però è che per un indipendentista ottenere lo status di nazione per la Sardegna non significa chiamare in modo nuovo ciò che c’è già. Non possiamo accettare Statuti in cui si parla di “nazione sarda” ma che a leggerli bene ripropongono l’assurda idea di una nazione sarda fondatrice dell’Italia, votata al sacrificio per l’Italia, pronta a sancire in anticipo che tutto vuole tranne l’indipendenza dall’Italia. Non siamo così ingenui da cadere nella trappola: non lasceremo che qualcuno metta sulla bocca della nazione sarda un inno al suicidio. Se si dovrà parlare di nazione sarda non sarà per mettere vincoli preventivi ma per far esplodere ogni limite e riaprire per intero l’orizzonte del nostro agire. Lo status di nazione dovrà essere un passo verso la piena autodeterminazione.

  Per ritornare sul tema generale dunque il punto non è contestare le scelte, legittime e sempre giustificabili degli altri, ma non illudere noi stessi. Il federalismo sardo e sardista ha dimostrato chiaramente, finora, quanto sia profonda la sua identificazione con e per la nazione italiana. Dobbiamo avere fiducia in noi stessi, dobbiamo avere fiducia nel fatto che il processo di acquisizione di sovranità dei sardi e di reale trasformazione della società sarda può avvenire solo partendo dall’identificazione della classe politica sarda con la nazione sarda e facendo dell’indipendenza nazionale il faro della propria azione politica. Non è possibile che in Sardegna, una nazione con una cultura di 5000 anni alle spalle, tutto sia possibile e naturale tranne che prendere in considerazione l’opzione indipendentista. Abbattiamo questo non-senso, impariamo a distinguere fra l’autogoverno che sotto sotto giura fedeltà all’Italia e la sovranità come processo verso l’indipendenza nazionale, o rimarremo scottati e fregati in eterno.

  Dobbiamo capire che per l’esistenza della nazione sarda, e per il benessere dei sardi, non c’è alternativa che il cammino dell’indipendenza. Sarà forse un cammino lungo e difficile, ma non c’è altro da fare che prenderne atto chiaramente e serenamente, e incominciare a percorrerlo. Quanto prima definiremo senza paure e ambiguità il luogo verso cui insieme tendiamo; quanto prima faremo nostra la direzione - il “senso” - che ci unisce; quanta più intelligenza, creatività, passione, coraggio sapremo mettere nei passi che ci guidano verso il futuro, quanto prima arriveremo alla meta. E andremo anche oltre.

  Cantu contat su mètodu iscientìficu semiòticu in s'analisi istòrica de sa polìtica sarda?

  Questa è forse la domanda più difficile. L’incontro con la semiotica è stato per me così radicale e così naturale al contempo che è difficile distinguere la parte semiotica e la parte personale del mio sguardo. Quello di cui sono sicuro è che nei miei anni di formazione giovanile la semiotica mi ha aiutato a pormi nuove domande e a volte anche a trovare risposte per inquietudini e dubbi che mi portavo appresso, molti dei quali erano ovviamente legati al mio processo di identificazione “con la Sardegna” e “come sardo”. La cosa decisiva è che la semiotica mi ha dato modo di riflettere su me stesso, e di impadronirmi di nuovi strumenti di comprensione del mondo, mentre mi metteva a confronto con altre vite, altri popoli, altre culture che in qualche modo avevano già vissuto quello che a me sembrava un problema locale e isolato.

  È stato un punto di svolta su tanti fronti. Prima di tutto perché ho capito che ponendo le mie questioni di sardo stavo già dialogando con il mondo, avevo bisogno del mondo per mettere a fuoco e rendere finalmente normali le questioni che riguardavano la mia cultura. Non solo ho capito che non stavo affrontando un cammino solitario, ma ho sperimentato sulla mia pelle che la mia partecipazione al mondo e il mio divenire indipendentista erano parte di un unico processo, certamente complesso e mai definitivo, ma in cui comunque le due dimensioni si compenetravano e intrecciavano felicemente.

  E poi la semiotica ha ovviamente cambiato, o affinato, la mia sensibilità: sensibilità a non dare per scontata l’evidenza, ad analizzare in profondità anche le cose apparentemente più superficiali, a fare dell’analisi il tramite per l’azione, e infine a mettere sotto analisi continuamente e prima di tutto se stessi. Da quale posizione parlo? Cosa sto cercando? Su quali materiali fondo le mie interpretazioni del presente o del passato? Quanto sono adeguati gli strumenti che uso? E così via in una spirale di auto-riflessività che per fortuna la semiotica mitiga con un attaccamento costante alla realtà sociale e alla volontà di impegnarsi in essa. E soprattutto con una serie di chiavi concettuali che penso possano aprire molte porte e molte teste.

  Basta pensare a uno dei suoi principi cardine, quello della “relazionalità”. Ovvero, nulla significa e ha valore da sé e in sé, sono le relazioni che costituiscono e rendono significativi i termini della relazione e non viceversa. La verità è sempre nella relazione, come hanno detto magistralmente Bruno Latour e Paolo Fabbri.

  Non ha senso dire che “sono sardo” se non specifico la qualità e il valore di questa affermazione, mettendo questo modo di essere in relazione con qualcos’altro: per farla semplice, sono “sardo” rispetto a un lombardo e un campano o rispetto a un italiano e un francese? È un posizionamento nella struttura delle relazioni sociali, politiche e culturali molto differente. E come ho cercato di mostrare ha anche profonde e differenti conseguenze nel modo in cui possiamo raccontare la nostra storia e praticare la nostra sovranità. Nella pratica quotidiana così come in quella politica noi mobilitiamo e definiamo diversi modi di intendere e vivere l’“essere sardo” che non sono tutti equivalenti nel loro significato e nelle loro conseguenze. Alcuni, a certi livelli sono compatibili, ma altri si escludono e perfino si oppongono. E questo un’analisi semiotica può portarlo alla luce, fino a farci scoprire contraddizioni, paradossi, non-sensi, perfino perversioni, nel modo in cui autodefinendoci modelliamo noi stessi e i nostri comportamenti.

  O ancora, per fare un altro esempio molto carnale, non ha senso che io mi chieda se sono alto o basso. Il punto è capire dentro a quale relazione pongo la domanda e cerco la risposta. Rispetto all’altezza media degli esseri umani che vivevano sulla terra qualche secolo fa, o anche semplicemente rispetto ai miei bisnonni, sono discretamente alto. Rispetto all’altezza media dei maschi svedesi di oggi sono probabilmente molto basso. E così via rispetto a chi mi sta di volta in volta a fianco. E queste constatazioni possono anche non averci ancora detto nulla del significato e del valore che una misura apparentemente oggettiva assume culturalmente. Si può essere bassissimi e sentirsi dei giganti e viceversa. Perché noi sardi oggi ci sentiamo bassi? È una questione di costruzione semiotica del sentire, fa parte di un processo storico. Basta fare un esempio molto indicativo. Matteo Luigi Simon nel 1802, intellettuale illuminista, in un momento in cui la partita della rivoluzione sarda sembra ancora aperta inizia a scrivere un “Catechismo patriottico sardo” che poi non vedrà mai la luce. Una delle domande è: “i sardi sono alti o bassi?” E la risposta che il catechismo offre ai giovani che devono imparare a amare la nazione sarda (questo è il progetto esplicito del catechismo di Simon) è molto semplice: “nelle loro misure, i sardi, sono giusti”. Per capire il senso di quella risposta bisogna metterla in relazione con i fatti e le concezioni (politiche, ma non solo) del tempo. Così come solo rintracciando la trama delle relazioni che rende scontato il nostro presente potremmo capire perché, oggi, pochissimi sardi troverebbero “vera” o almeno “sensata” un’affermazione come quella di Simon e trovano invece “naturale” sentirsi bassi piuttosto che giusti.

  Questo ci porta a un altro principio fondamentale per l’analisi della politica, della cultura, della vita. Quello per cui bisogna saper “guardare la storia nello specchio della vita quotidiana e illuminare con la luce dei grandi avvenimenti storici anche i piccoli dettagli quotidiani, che sembrano talora disgiunti” (Lotman).

  Ancora una volta si tratta di mettere in relazione aspetti e livelli della vita. Lo facciamo tutti quotidianamente, ma nell’analisi scientifica e semiotica si tratta di farlo in modo più sistematico, rigoroso, verificabile. Non basta una relazione sola né una catena di relazioni che saltano di palo in frasca. C’è bisogno di individuare correlazioni: relazioni fra insiemi di relazioni. Fino a ricostruire la trama di forze e sensi che ha costituito il divenire storico o che costituisce la realtà che viviamo ogni giorno.

Ovviamente la semiotica dice e offre molto molto di più. Magari chi è curioso troverà modo di approfondire andandosi a leggere alcuni dei testi che cito nella bibliografia del libro.

Ite cheret nàrrere pro su chi pertocat a s'istòria de sos Bator Moros "veridificare" e "veriditzione"?

Per riassumere e concentrarci sul nostro discorso potremmo lasciare la parola a Paul Ricoeur, uno dei maggiori filosofi del secolo appena trascorso: “individuo e comunità si costituiscono nella loro identità ricevendo certi racconti che diventano la loro storia effettiva”.

Ciò che definiamo “autocoscienza” non sarebbe altro, da questo punto di vista, che una narrazione creduta vera. Una narrazione che si pone come auto-definizione - come modello della comunità - e che la comunità stessa, per vari motivi, assume per un certo periodo “come vera”.

  Come si vede ciò non impedisce che l’autocoscienza sia una ricostruzione del proprio passato distorta, parziale, o addirittura esplicitamente falsa.

  La storia del colonialismo è zeppa di esempi. Una frase esemplare potrebbe essere quella dei bambini algerini che sotto la pressione della scuola francese per anni hanno ripetuto automaticamente “i nostri avi, i Galli”. Anche in Sardegna le cose non sono andate molto diversamente e Sergio Atzeni, in Passavamo sulla terra leggeri, stigmatizzava con letteraria ironia ma anche con ferma decisione questo meccanismo di falsificazione della storia dei sardi.

In altri termini il sapere e il credere fanno parte di un unico universo cognitivo, per dirla con Greimas, e ciò fa sì che è “vero” ciò che sappiamo e crediamo vero; dove il credere finisce spesso per essere persino più forte del sapere, visto che a volte sappiamo ma non vogliamo credere (quante volte non tiriamo le conseguenze di ciò che ci appare evidente?) e altre addirittura non sappiamo (non abbiamo prove dirette, al massimo abbiamo racconti di qualcun altro) ma vogliamo credere ugualmente.

  Il sentimento della verità e della realtà, in altri termini, si giocano dentro lo spazio della cultura e del potere, attraverso le narrazioni e le istituzioni che utilizziamo per costruire il nostro mondo. Sono materia di contesa e di lotta, o se si preferisce sono continuamente riprodotti e rinegoziati nelle maglie della società.

  Creiamo di continuo storie per poterci identificare collettivamente in esse, e quando questa identificazione avviene così profondamente da portarci al punto di scordarci che c’è stata, allora sentiamo di avere una identità, per quanto frammentata o contraddittoria essa sia.

Molto spesso le narrazioni che fondano la nostra identità – che possono essere sia racconti orali che libri, sia film che trasmissioni tv, sia riti tradizionali che quadri, statue, bandiere ecc. -  ce le reinventiamo nel presente, molto più spesso sono quelle ereditate. Per questo la memoria è così decisiva. Non a caso Lotman (uno dei miei autori preferiti, lo si sarò capito) scriveva: “La storia intellettuale dell’umanità si può considerare una lotta per la memoria. Non a caso la distruzione di una cultura si manifesta come distruzione della memoria, annientamento dei testi, oblio dei nessi”.

  Dobbiamo partire da qui dunque per valutare le cose a cui siamo legati, o persino affezionati. Spostandoci lateralmente e guardando le cose da una prospettiva insolita ma più profonda dobbiamo cercare di capire se ciò che oggi ci definisce è ciò che meglio esprime la nostra storia e la nostra umanità, come individui e come appartenenti a una collettività.

  A volte questa operazione ci rivela un panorama impensato e sconcertante, quasi che le cose che oggi riempiono e rendono apparentemente sopportabile il nostro presente non siano altro che il velo che nasconde le miserie, le violenze e le ingiustizie su cui il presente si fonda e con cui non abbiamo il coraggio di fare i conti. Un po’ come nel film Matrix, le cose e le narrazioni a cui oggi siamo affezionati potrebbero essere proprio quelle che hanno causato la distruzione di noi stessi, di un modo alternativo, diverso e migliore, di esistere e stare al mondo; potremmo cioè scoprire che queste narrazioni servono a separarci da una presa di coscienza di ciò che è stata veramente la nostra storia, del percorso che ci ha portato fino alla condizione in cui stiamo, e lo fanno offrendoci la consolazione di un piccolo presente fatto di orgogli fatui e di risentimenti profondi. O ancor più profondamente, offrendoci un altro orizzonte di vita che non ha quasi più nulla a che fare con la Sardegna e il popolo sardo se non qualche momento di folklore, di nostalgia o di rivendicazione.

  Dal ‘600 a oggi, ad esempio, non abbiamo smesso di inventare narrazioni più o meno fantasiose per cercare di rendere i Quattro mori non solo digeribili ma addirittura “belli” e “autoctoni”, come le storielle senza fondamento dei quattro giudicati contro il saraceno Museto o della battaglia di Lepanto. O addirittura ci siamo emozionati raccontandoci erroneamente che i rivoluzionari sardi come Angioy sventolassero i Quattro mori, o ancora, pensando a quanto sangue era stato versato nella prima guerra mondiale portando sulla divisa quello stemma. Ora, l’utilità di queste narrazioni è evidente, in quanto erano quelle che meglio si conformavano al presente. Salvavano il quieto vivere richiesto dall’integrazione dentro lo spazio della sovranità esterna, spagnola prima e italiana poi, mentre offrivano la possibilità di una qualche forma di orgoglio identitario. E se uno preferisce può anche continuare così all’infinito.

  Il punto è che queste storie continuano a fare a pezzi o addirittura a rimuovere e cancellare una storia di sovranità, libertà, creatività, giustizia che è stata rappresentata da altri simboli, da altre bandiere. Una storia che la bandiera dei Quattro mori non è mai riuscita a rappresentare, e se non l’ha fatto finora viene da dubitare lo possa fare in futuro.

Un nuraghe che appare all’orizzonte, o un albero deradicato scolpito sulla facciata di una chiesa, è il segno di un dubbio, di un conto che non torna, di una realtà più profonda che squarcia il velo di una evidenza tanto presente quanto inconsistente. Il dubbio, come il dejà vu nel film Matrix, è il bug del sistema, il residuo che il sistema non è riuscito a eliminare e che può far saltare in aria il suo castello di carte. Il dubbio, l’insoddisfazione, l’incomprensione, la curiosità ci parlano di un’altra storia con cui identificarci. Ci spingono a cercarla.

Attenzione, lungi da me proporre visioni pessimistiche della storia. Anzi, voglio esattamente sottolineare che c’è sempre la speranza che si inizi a raccontarsi una storia più vera e si cominci a vivere meglio, a costruire una società migliore. Bastano anche pochi segni di verità che resistono alla furia distruttrice e mistificatoria del potere, dell’ignoranza o dell’auto-razzismo per poter rilanciare un progetto di futuro. Esiste sempre un sapere “meno falso” da far emergere per dare a un popolo la possibilità di esistere di nuovo, in modo nuovo. Questa tensione verso un sapere più completo e complesso è esattamente ciò che muove la ricerca scientifica, la curiosità intellettuale, l’invenzione politica e poetica.

  Oggi noi sardi, secondo me, siamo davanti a due verità compresenti ed entrambe difficili da accettare ma esaltanti per la sfida che ci mettono davanti. La prima è che, piaccia o non piaccia, spesso ci si affeziona alle falsità e anche a noi è capitato. Credo sia una constatazione dura da digerire ma facile da comprendere: pensiamo a come e quanto popoli interi si sono affezionati a dittatori o carnefici. La seconda è che c’è sempre una speranza, inizialmente avvertita come inaudita o pretenziosa, insensata o rischiosa, che in un certo momento storico qualcosa arrivi ad offrirci la possibilità di fare i conti con noi stessi e cambiar pelle. Se sapremo accettare queste due sfide saremo a un passo dal divenire diversi e finalmente ritrovare noi stessi.

  B'at puntos de contatu in s'istòria de sa bandera e in cussa de sa limba istòrica de sos sardos?

  Si potrebbe fare un piccolo esperimento mentale, una specie di controprova per vedere qual è la bandiera dei sardi. Il “test della verità” potrebbe essere domandarsi: “Quando la lingua sarda è stata lingua nazionale, quando la lingua sarda ha raggiunto uno statuto ufficiale e una forma standardizzata, quando la lingua sarda ha avuto effettiva e pari dignità con le altre lingue, quando ha avuto la massima diffusione sulla nostra terra, quando la lingua sarda è stata lingua parlata e scritta da tutti, dalla classe dirigente così come dal popolo, quando succedeva tutto questo quale era la bandiera dei sardi?”

  Il risultato, la risposta, è inesorabile: l’Albero deradicato verde in campo bianco, sa bandera de sa Repubrica sardisca.

  A questo punto però non possiamo fare a meno di renderci conto che il nostro test ci sta dicendo anche qualcos’altro, qualcosa di decisivo per tutti noi che amiamo la lingua sarda e vogliamo vederla prosperare. Il nostro test rispondendoci con quella bandiera sta anche rispondendo alla domanda “Quando la lingua sarda è stata forte in quale condizione politica si trovavano i sardi?”. E la risposta ci ricorda che è solo nel momento di una presa di coscienza nazionale che si fa lotta e realizzazione della propria libertà che la lingua sarda riguadagna tutto intero il suo posto nella società, tutta intera la sua dignità. Ancora oggi l’elaborazione della coscienza nazionale sarda e la costruzione di una Repubblica sarda indipendente sono il mezzo migliore, il più efficace, il più “naturale” e “ovvio” verrebbe da dire, per esaltare il valore della lingua sarda. Non c’è scampo, la coscienza indipendentista genera il desiderio di avere una propria lingua nazionale, l’indipendenza la realizza necessariamente.

L’indipendenza, la bandiera, la lingua battono allo stesso ritmo, hanno lo stesso respiro.

Su sardismu "integratzionista" est finidu de a beru?

  Permettimi. Io direi semplicemente “il sardismo”. In primo luogo per il fatto che il sardismo – che ricordiamolo, è una narrazione-concetto che non è mai esistito prima del 1919 e che si è fondato sulla teorizzazione del fallimento necessario della nazione sarda – è nato e cresciuto integrazionista e unionista. In secondo luogo perché abbiamo visto che fine ha fatto l’indipendentismo quando ha scelto di farsi rappresentare dal sardismo o ha pensato di usarlo come “cavallo di Troia”. Ha fatto la fine dell’amantide, del maschio ovviamente.

Del resto la presenza di indipendentisti – per quanto sinceri e di buona volontà - dentro un qualunque partito unionista non rende quel determinato partito indipendentista, anzi, tutt’al più riesce semplicemente a mortificare, confondere e stravolgere l’indipendentismo di quei pochi.

  Se torno a questo punto alla tua domanda mi rendo conto che un’analisi come la mia possa suonare inaudita per una grande parte della società sarda ma anche quanto una domanda come la tua fino a cinque anni fa sarebbe stata semplicemente impensabile. E ho il sospetto che le due cose siano in relazione.

E questo per un motivo semplice. Certe forme di vita – certe “narrazioni” o “tradizioni”, per dirla con gli autori che abbiamo citato prima – restano vive e efficaci nonostante i loro limiti fino a quando non si profila all’orizzonte un’alternativa migliore, più sensata nelle sue linee generali, per quanto ancora da specificare e precisare nei dettagli. Una narrazione non viene messa in crisi dalle infinite critiche che le si possono muovere ma dall’esistenza di un’altra narrazione, più positiva e propositiva. Capace di inglobare di più e meglio il passato, il presente e il futuro. Insomma, non si esce da una casa, per quanto ci stia stretta, ci sembri brutta e poco dignitosa, per andare a vivere per strada. Si esce da una casa se ce n’è un’altra in cui trasferirsi, in cui “tradursi”. Magari portandosi appresso le cose buone e utili che arredavano la prima (se ce n’erano).

  Direi dunque che ci troviamo in questa strana situazione. Il sardismo, in quanto compromesso fra orgoglio e integrazione, in quanto rivendicazione di un modo “speciale” di essere italiani, in quanto modo di essere e di fare che ormai non appartiene più a un partito, è apparentemente più forte che mai. Viene invocato da tutto l’arco politico autonomista. Tutti sono eredi del sardismo e dei suoi padri. Al contempo molti sardi, i giovani e le giovani per prime, iniziano a sentirsi stretto questo abito; non capiscono proprio perché continuare a perseverare in questo modo di esistere ambiguo, contraddittorio, sostanzialmente immobilizzante: “se siamo diversi, perché non dobbiamo affermare questa diversità come sardi, nel mondo?” “perché dovremmo avere paura di chiuderci al mondo con l‘indipendenza quando tutt‘intorno a noi, a partire dall‘Italia, esistono popolo indipendenti e aperti?”, “che senso ha essere orgogliosi di sacrificarsi per qualcun altro quando abbiamo la nostra terra di cui prenderci cura?”, “come possiamo sperare di costruire un nuovo benessere morale, sociale ed economico partendo dall’idea che siamo una nazione fallita?”, “Perché riusciamo a realizzarci individualmente fuori dalla Sardegna e non dovremmo riuscire a farlo a casa nostra?”, “Perché dobbiamo continuare a sprecare energie per produrre azioni e narrazioni contraddittorie, che mortificano noi stessi, regalano o svendono le nostre risorse, rendono impossibili e controproducenti anche le cose più semplici e più promettenti? Non sarebbe forse più bello produrre senso invece che non-senso?”. Queste e tante altre potrebbero essere le domande che stanno facendo germinare i dubbi sulla narrazione (e va da sé, sul potere) che da cinquanta anni è dominante in Sardegna. E quando i dubbi iniziano a fare sistema, quando componendosi mostrano in filigrana la possibilità di una narrazione nuova, più ariosa, capace di riconciliarci con noi stessi, con la nostra terra, con la nostra storia, con il nostro futuro allora si è pronti per dar vita a una nuova fase. Siamo all’inizio di un nuovo inizio.

S'istòria est fata dae òmines. Su sentidu de umanidade est importante pro cumprèndere. In su libru tuo bogas giudìtzios de a beru crispos subra intelletuales, polìticos, iscritores finas natzionalistas o autonomistas. Non pensas chi, manchende sa libertade dae su 1409, in medas finas pensende comente a tie ant dèpidu mediare cun su poderiu de turnu in Sardigna, forsis pro subravìvere?

  E pensare che a me non sembra nemmeno di dare giudizi!

  Capisco cosa vuoi dire ovviamente, ma credo che sia una questione di prospettiva. Quando si analizzano le cose da un punto di vista inusuale e si mettono in discussione i miti collettivi e le narrazioni sacre sembra sempre di essere “cattivi”. Anche se si sta facendo l’analisi più obbiettiva e distaccata possibile.

  Ma dirò di più. Se sono stato (o apparso) “aspro” e “cattivo” mi dispiace, non lo sono. Chiedo anche scusa a chi, vivente o defunto, si è sentito toccato. Si deve però ammettere che il punto è un altro: ovvero che un giudizio pesante, distinto e dato dopo una lunga analisi, non inficia la qualità dell’analisi che lo precede. Se uno c’ha visto giusto, per dirla semplicemente, nel giusto rimane con o senza giudizio cattivo alla fine. Il punto dunque è se l’analisi, nel complesso, è valida o meno. Si possono dare giudizi personali, si possono persino sbagliare alcuni dettagli (siamo sempre ignoranti di troppe cose) eppure l’impianto può reggere comunque. Questo è quello che va valutato.

  Noi possiamo anche giustificare all’infinito gli uomini del passato. E come ho detto precedentemente noi sardi, di questi tempi, siamo molto bravi a farlo (e considerato la condizione in cui siamo dovremmo venirci un sospetto…). Ad ogni modo, possiamo anche farlo, giustificare tutti, anche se credo che qualcuno certe responsabilità pesanti ce le abbia. Ma diciamo che comunque li salviamo tutti. Un problema però rimane: noi cosa vogliamo fare? Vogliamo trovare giustificazioni anche noi? Vogliamo trovare giustificazioni anche per noi stessi, per la nostra incapacità di agire coraggiosamente? Non è che giustificando il passato, sempre e comunque, volevamo preventivamente giustificare noi stessi? Volevamo preparare il terreno a una nostra rinuncia di responsabilità? “Del resto, se non ce l’hanno fatta quei grand’uomini a evitare di mediare col potere perché ce la dovremmo fare noi a essere liberi?”, questo potremmo dire, questo è il rischio che vedo nel non fare i conti fino in fondo col passato. Credo che un popolo maturo sia un popolo pronto a fare autocritica, a cambiare idea su molte cose, e anche a dare a ciascuno i meriti laddove ci sono.

  Io, per quanto posso, a livello personale, cerco di farlo, anche a rischio di stare antipatico ai feticisti della tradizione. Ma anche provando il piacere, ogni tanto, di stupire qualcuno. Come quando certa gente crede che io abbia rancori personali con alcuni personaggi del passato e ci rimane male quando vede che riconosco a questi presunti padri molti pregi e meriti nonostante abbiano affossato nel passato la possibilità dei sardi di essere indipendenti. Nonostante abbiano palesemente umiliato e depresso il mio popolo. A dire il vero non capisco di cosa si stupiscano, non capisco se credono davvero che si possa tenere il muso ai morti. La verità è che io sono felicissimo: perché siamo qui noi, più svegli che mai, e abbiamo la possibilità di sorridere del passato. E di cambiare le cose.

A propòsitu de classe dirigente: Mariano IV connoschiat paritzas limbas, Angioy no resessiat a faeddare in sardu, Mario Melis su matessi, Soru emmo. In sa Sardigna  de cras o pustis cras, dende pro iscontadu su multilinguismu, ite ruolu diat podere tènnere sa limba?

  La riscoperta, l’insegnamento, la diffusione mediatica, l’uso quotidiano della lingua sarda può avere e avrà un ruolo fondamentale. In particolar modo se a tutto ciò si unirà la percezione che ciò che i sardi stanno facendo è riappropriarsi e dotarsi di una “lingua nazionale”, una variante che non annulla la varietà delle parlate locali ma serve come mezzo di comunicazione e identificazione nazionale.

  Come sapevano bene alcuni intellettuali sardi di fine ‘700, la lingua – e si riferivano proprio a quella sarda - è “il più sensibile vincolo del corpo de’ nazionali”. Perché si esprimevano così? Perché il  suono della lingua, di una lingua condivisa, riveste il corpo della nazione come un abito elegante e quotidiano al contempo, perché il suo risuonare fra le persone, nelle case, nelle piazze, nelle aule, in tv, lega impercettibilmente la comunità.

Quello che non bisogna scordarsi è che parlare una lingua, qualunque lingua, non esclude la possibilità di dire atrocità, di propugnare idee totalitarie, razziste, sessiste o che vanno contro la proprio cultura e la propria storia. Si può perfino parlare in sardo contro la nazione sarda, contro la cultura sarda, persino contro la lingua sarda. E purtroppo è successo e ancora succede. L’auto-coscienza è sempre qualcosa di più, o quantomeno è qualcosa di diverso, dalle molte lingue con cui ci esprimiamo. Per questo sarei propenso a capovolgere l’adagio e dire “Morto il popolo, morta la lingua”, ovvero, morta la coscienza nazionale, morta la possibilità di avere una lingua vera e viva. Il mondo è pieno di “lingue morte” che non hanno più una collettività che ci si identifichi e le curi giorno per giorno come ci si identifica e ci si prende cura ogni giorno del proprio corpo.

Infine non bisogna scordarsi che, come è stato detto, “per conoscere il mondo servono sempre almeno due lingue”. La politica linguistica indipendentista dovrà essere, a mio avviso, una politica plurilinguistica. Una politica che ci insegni più lingue possibili. E sarebbe assurdo, insensato, umiliante – come invece è successo fino a oggi - che in Sardegna fra queste lingue non ci fosse la nostra, la lingua della nazione sarda.

Franciscu, amus a torrare lìberos una die cun cale si siat bandera?

Sì, prima di quanto crediamo.

Redazione diariulimba

 

 



 
 
 

 

 
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