30/11/2004 Per una Politica Linguistica non Conflittiva
Sardo, varietà standard, varietà dialettali e altre lingue
de Enrico Chessa e.chessa@qmul.ac.uk
Assodato che la risposta alla sostituzione linguistica (la perdita del codice linguistico autoctono e l’imporsi di uno estraneo) si trovi soltanto nella messa in atto di un Processo di Normalizzazione Linguistica, e’ necessario chiedersi che obiettivo/i questa debba porsi e come raggiungerlo/i. Senza dubbio –trascurando per un momento i necessari obiettivi intermedi-, il risultato finale di un processo di Normalizzazione Linguistica organico e ben articolato deve essere quello di (ri)portare la lingua in recessione alla
Normalita’.
Una varieta’ linguistica raggiunge lo status di lingua normale quando i membri di una determinata comunita’ di tale lingua non ne possono fare a meno. Che, detto in altri termini, equivale ad affermare che la lingua in recessione diventa (gradualmente) imprescindibile per la comunita’ che la parla, e che la sua imprescindibilita’ fara’ si’ che questa divenga (col tempo) veicolo familiare. Obiettivo principale della Normalizzazione sara’ quindi il “riassestamento” di un ambito cruciale come quello della famiglia e la conseguente ripresa della trasmissione intergenerazionale.
Parlare di ambito familiare e di trasmissione intergenerazionale non vuol pero’ dire che la Pianificazione Linguistica concentri i suoi sforzi solo su quell’ambito e sull’insegnamento della lingua minoritaria, con la speranza che questa venga poi usata per la comunicazione tra genitori e figli. Il recupero “familiare” della varieta’ linguistica in recessione sara’ possibile solo e se si mettera’ in atto una Politica Linguistica che tenga conto della societa’ e degli ambiti d’uso linguistici nel suo insieme. In sostanza, desiderare che la lingua minoritaria venga parlata (di nuovo) in famiglia significa intervenire in modo olistico ed ecologico su tutto il tessuto socio-economico della comunita’. Ma di questo parlero’ in un altro intervento.
Cio’ che invece mi preme sottolineare adesso e’ che un obiettivo forte come la trasmissione del sardo da genitori a figli non deve significare ne’ il completo abbandono della lingua maggioritaria, ne’ tantomeno il conseguimento di una societa’ monolingue. Cio’ a cui si deve aspirare e’ una societa’ vincolata alla conoscenza di piu’ varieta’ linguistiche ma caratterizzata da un uso preponderante della lingua minoritaria. Nella realta’ moderna e globale in cui siamo “costretti” a vivere, lottare contro il multilinguismo sarebbe come andare controcorrente, nella misura in cui non esiste completo isolamento.–sia esso politico, economico, sociale, culturale, ecc.- ne’ degli stati, ne’ delle regioni, ne’ delle nazioni senza stato, ne’ dei popoli, delle tribu’, e cosi’ via. Il monolinguismo in senso stretto, quindi, non sarebbe ne’ praticamente possibile ne’ filosoficamente auspicabile
Il concetto, invece, da elaborare, sviluppare e diffondere –in un contesto sempre piu’ globale ma allo stesso tempo quanto mai localistico- e’ quello secondo il quale –detto banalmente- conoscere dieci lingue e’ molto meglio che conoscerne soltanto una. Rafforzare l’idea che, fermo restando che dal punto di vista della loro struttura interna non esistono varieta’ linguistiche migliori di altre, e’ imprescindibile considerare le lingue in termini di ampia, media, e piccola portata, ma che tutte abbiano un ruolo e una diffusione sociale.
Per intenderci, l’italiano, seppur lingua di prestigio e parlata da piu’ di cinquantamilioni di persone non avra’ la stessa portata dell’inglese, cosi’ come il sardo non puo’ avere la stessa portata dell’italiano e, seguendo la stessa logica, la varieta’ logudorese, mettiamo caso, non potra’ avere la stessa dimensione socio-politico-sociale di un eventuale sardo standard. Cio’ non significa pero’ che ad un sardo –pur conoscendo sia l’italiano che l’inglese- non possa venirgli/le garantito il diritto, il dovere, e la possibilita’ di usare sia la sua varieta’ locale sia uno standard sardo in (quasi) tutti gli ambiti d’uso.
In definitiva, il principio alla base della normalizzazione dovra’ essere quello in virtu’ del quale si garantisca una convivenza armonica delle diverse varieta’ linguistiche all’interno di uno stesso territorio. Compito della normalizzazione sara’ quindi anche quello di creare e diffondere uno standard sardo –indispensabile per lo sviluppo della comunita’- che si inserisca nella societa’ in un rapporto “pacifico” con le altre varieta’ linguistiche con le quali i sardi, in un modo o nell’altro, devono “fare i conti”.
Per tanto, il messaggio (politico) da trasmettere ai sardi deve essere fondamentalmente il seguente: (1) La Sardegna per emanciparsi ha bisogno (anche) di una lingua completa e progredita, pienamente funzionale in quasi tutti gli ambiti della vita amministrativa: uno standard; (2) I sardi, in Sardegna, avranno il diritto, il dovere e la possibilita’ di usare il sardo (sia nella sua forma standard che nelle varie forme dialettali), in un rapporto di complementarieta’ con le altre lingue di diffusione piu’ ampia, che verranno utilizzate in ambiti e situazioni diversi da quelli in cui si utilizza il sardo; (3) Lo standard e’ principalmente una varieta’ linguistica di riferimento per tutto il popolo sardo –un simbolo, in definitiva-, e (3) Lo standard e’ prevalentemente una varieta’ amministrativa (scritta) che non danneggera’ le altre varieta’ dialettali.
I presupposti (iniziali) sui quali deve basarsi la diffusione dello standard devono quindi essere i seguenti: (1) Bisogna creare e diffondere uno standard flessibile e che contempli un po’ tutte le varieta’ dialettali; (2) Lo standard non deve essere utilizzato da tutti ne’ in tutte le occasioni, ma da chi lo necessiti nel momento e luogo adeguati; e (3) Le comunicazioni intradialettali avverranno nella varieta’ del gruppo mentre quelle pubbliche amministrative interdialettali nella varieta’ standard.
Se non si affrontera’ il discorso linguistico in questi termini, in Sardegna si corre il rischio di suscitare (in parte della popolazione) diffidenza e, nella migliore delle ipotesi, disinteresse. L’imposizione di uno standard che non tenga conto della realta’ sociolinguistica sarda rischia di creare crisi di rigetto che, in un momento delicatissimo come quello che stiamo vivendo, potrebbe significare (paradossalmente) la conclusione (in alcune aree della Sardegna) del processo di sostituzione linguistica. Su come, concretamente, gestire in un rapporto di armonia le diverse varieta’ linguistiche presenti in Sardegna e come garantire sia diritti individuali che collettivi daro’ dei suggerimenti pratici nel mio prossimo intervento.