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23.04.2007 - L'altra voce. net
Sa balia de sa diversidade linguìstica est forte in totu s'Europa. Ma in Sardigna binchet sa difidèntzia 
Giuseppe Corongiu 

Il valore della diversità linguistica si afferma in tutta Europa. Ma in Sardegna vince la diffidenza


L'altra voce.net 7 aprile 2007 

Almeno a una cosa è servita la querelle sull'italiano lingua ufficiale di rango costituzionale della Repubblica: a rivelarci il gusto del paradosso politico in materia di questioni linguistiche. Infatti, il disegno di legge di modifica costituzionale approvato qualche giorno fa in Parlamento non cambia la realtà giuridica effettiva della protezione delle minoranze linguistiche in Italia.

Il testo della norma parla chiaro: «sono fatte salve le garanzie e le leggi costituzionali». Pertanto il voler ratificare il fatto che l'italiano sia lingua ufficiale dello Stato di cui facciamo parte non abroga le leggi esistenti e non impedisce neppure, come ha detto qualcuno, di inserire in eventuali nuovi Statuti speciali (che sono leggi costituzionali) il riconoscimento di altre lingue identitarie.

Pertanto, come operatore culturale del settore linguistico, non mi posso iscrivere al partito degli allarmisti e dei catastrofisti. Almeno, non più di altre volte e in maniera speciale. Anzi, ritengo giuridicamente legittimo, pur se io non condivido, che il Parlamento italiano possa approvare una norma del genere. Allo stesso modo, nella nostra società complessa, penso sia ragionevole che una parte dei politici sardi sollevi comunque il problema e che l'altra parte invece ratifichi la scelta costituzionale.

In realtà credo che la notizia sia altrove. Fa più rumore un albero che cade della foresta che cresce, ma la vera novità sta nel fatto che la cultura del multilinguismo stenta sempre più ad affermarsi in Italia e quindi anche in Sardegna. Pertanto la difesa tardiva dell'italiano mai messo in discussione da nessuno suona come un segnale di debolezza.

Questo per la nostra storia di giovane Stato che nasceva nel 1861 senza una lingua condivisa (lo dice Tullio De Mauro, non io) e che ha dovuto quindi in poco tempo diffondere il toscano letterario e artificioso di Petrarca e Bembo a tutti i nuovi cittadini come preconizzava lo stesso D'Azeglio. I risultati della politica linguistica italiana sono stati eccezionali (oggi tutti in Italia conoscono l'italiano) e sono ricordati nei manuali di sociolinguistica di tutto il mondo insieme ad un altro caso eclatante di normalizzazione linguistica nazionalistica, quello di Israele.

In realtà, all'operazione del Regno e del Fascismo, continuata e realizzata pienamente dalla Repubblica, si è dovuto pagare un prezzo in termini di mancata formazione di una cultura multilingue. Di questa politica vediamo gli effetti non solo nella scarsa sensibilità nei confronti delle lingue minoritarie storiche, ma anche nella difficoltà dell'apparato educativo italiano nel sintonizzarsi sull'apprendimento delle lingue straniere. Si può solo immaginare la cifra astronomica che ha speso lo Stato nelle nostre scuole per insegnare l'inglese (o il francese o altre lingue) con il risultato che pochi ancora lo parlano e lo conoscono.

Credo che il Parlamento farebbe bene ad approvare contestualmente alla nuova norma costituzionale (verso la quale io non ho niente da eccepire anche se non la condivido) la ratifica della Carta europea delle Lingue, che giace nei cassetti dal lontano 1992. Anche per evitare che, mentre si festeggia il 50º anniversario dei Trattati di Roma, si dia l'impressione che le direttive europee vengano seguite solo quando fa comodo. Bisognerebbe, proprio per salvaguardare i valori dell'europeismo, evitare di essere europeisti solo quando conviene. Questo sì che sarebbe localismo, etnocentrismo e provincialismo culturale.

Non c'è dubbio che il multilinguismo bidirezionale (verso l'apprendimento delle lingue straniere e verso la tutela di quelle minoritarie) sia alla base dei valori e delle strategie dell'Unione Europea di cui - come sardi - siamo soci fondatori insieme agli italiani. Il monolinguismo italianista e nazionalista che si è imposto dalle nostre parti è certamente un fattore di arretratezza culturale del nostro Stato nei confronti di altre realtà europee più dinamiche. Pensiamo alla Spagna, al Belgio, alla Svizzera, ma anche all'Inghilterra che protegge il Gallese o all'Irlanda che protegge (per ragioni identitarie) il suo esangue gaelico e lo fa diventare lingua ufficiale europea. Il modello negativo è la Francia che, come noi, non ha ratificato ancora la Carta e non accetta la presenza del bretone, del catalano, del corso e del basco quali lingue ufficiali.

Pur con tutto questo, è singolare che le posizioni parlamentari dei protestatari contro l'italiano lingua ufficiale-costituzionale siano analizzate solo con la memoria breve. La ratifica della Carta europea era arrivata in aula sul finire della scorsa legislatura ed era stata bloccata proprio dalla Lega con la scusa del mancato riconoscimento di alcune “presunte” lingue padane. Oggi è la stessa Lega, alleata con alcune forze locali nelle ultime elezioni, che è contro anche al riconoscimento dell'italiano.

Che dire? Il paradosso politico è che la tattica supera evidentemente la strategia. Qui da noi spesso la lingua è un espediente per ottenere visibilità, mentre è difficilissimo dispiegare politiche concrete e reali come quelle che in questi mesi realizza, per esempio, il governo regionale, ma che i media ancora non valorizzano.

Da tutto ciò si può solo sperare che la classe dirigente sarda (e italiana) percepisca che la diversità linguistica è un valore che rende le comunità più coese e competitive. Così come lo hanno capito in altre realtà europee. L'Italia ha bisogno allo stesso modo dell'italiano (anche in Costituzione se il Parlamento lo ritiene), dell'inglese e delle sue lingue minoritarie storiche. La coesione sociale si ottiene anche rinforzando il senso di appartenenza dell'identità mediante il suo marcatore più forte: la lingua.
Non esiste in Sardegna opposizione popolare a questo disegno, né all'insegnamento del sardo a scuola, né alla sua ufficializzazione mediante forme codificate nel rispetto della variabilità dei singoli dialetti locali o letterari.

La classe dirigente sarda nel suo complesso (e non è solo la politica), invece, nutre storicamente ancora molti dubbi, sospetti, incertezze. Sarà che frequenta poco l'Europa? Sarà che non è informata sulle questioni linguistiche? Sarà che la nostra classe dirigente è la prima vittima del mancato multilinguismo italiano?

Giuseppe Corongiu

Abstract: www.altravoce.net


  




 

 
 
 

 

 
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